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“Sono tra noi”: rivelazioni inquietanti sulla presenza degli alieni sulla Terra

Ne è fermamente convinto Robert Bigelow, da sempre coinvolto con i progetti della NASA. E ci spiega perchè

L’imprenditore americano e partner della NASA, Robert Bigelow, sostiene di essere “pienamente convinto” che gli alieni attualmente vivano sul nostro pianeta. Ora, non ne vogliano scettici e dubbiosi, teorici della cospirazione e increduli dell’argomento. La caccia agli alieni c’è da decenni, ha alimentato l’industria cinematografica e letteraria. Noi da loro, loro da noi: un incontro ravvicinato del terzo tipo che potrebbe esserci stato, ma che ci ha trovati ignari.

Robert Bigelow, un uomo d’affari americano che lavora a stretto contatto con la NASA in termini di future missioni spaziali, è fermamente convinto che gli alieni sono presenti sul nostro pianeta e sicuramente vivono in mezzo a noi. “Sono convinto che gli alieni vivono qui. Sono attualmente presenti. Ha speso milioni e milioni e milioni [di dollari], probabilmente più di chiunque altro ne abbia spesi negli Stati Uniti su questo tema“, ha dichiarato nel corso di un’intervista.

Alla domanda, però, che molti si fanno, ovvero se sia “impazzito”, proprio Bigelow risponde con estrema tranquillità e franchezza: non gli importa. L’imprenditore americano non ha rivelato se gli studi o i viaggi spaziali privati ​​finanziati dalla sua azienda Bigelow Aerospace abbiano in qualche modo aiutato ad ottenere alcune informazioni sugli extraterrestri ed in quale misura sia fermamente convinto che questi siano tra noi.Robert Bigelow, tuttavia, tiene a precisare che il lavoro svolto dalla NASA e dalla sua stessa società non sarà volto a tale scopo, ovvero trovare gli alieni, capire dove essi siano e cosa in effetti vogliano da noi – ammesso che qualcosa vogliano da noi. Noi, conclude, in quanto esploratori spaziali “non dovremmo andare da nessuna parte alla ricerca di visitatori provenienti da altri mondi. Poiché essi vivono tra noi“.




Kurt Russell: "Nel 1997 ho segnalato dei possibili UFO a Phoenix"


16 giugno 2017 - L'attore, mentre era ospite di un talk show britannico, ha raccontato un misterioso aneddoto legato a uno dei più famosi avvistamenti di veicoli extraterrestri.

Nel 1997 c'è stato a Phoenix un famoso avvistamento UFO, fonte di ispirazione anche per un recente film prodotto da Ridley Scott.
Durante un'intervista rilasciata alla BBC l'attore Kurt Russell ha ora svelato di essere stato lui a segnalare quanto stava accadendo: "Stavo volando con mio figlio Oliver per accompagnarlo a trovare la sua fidanzata e stavamo per atterrare. Ho visto sei luci sopra l'aeroporto in una formazione a V. Oliver mi ha detto 'Pa, cosa sono quelle luci?'".

La star ha proseguito: "Poi gli ho risposto 'Non so cosa siano'. Mi ha detto: 'Siamo al sicuro qui?'. E ho risposto 'Sì, segnalerò quanto sta accadendo'. Ed è quello che ho fatto".

Leggi anche: Tratto da una storia vera: da The Conjuring ad Amityville, cinque horror da incubo

Russell ha aggiunto che non aveva poi più pensato a quanto accaduto ma alcuni anni dopo sua moglie Goldie Hawn stava guardando uno show televisivo in cui si parlava di quanto accaduto in quella notte, rendendosi conto dell'importanza della situazione.




Due Ufo a bassa quota nei cieli di Spinea: indaga l'Aeronautica militare


SPINEA (Venezia) - Due Ufo a Spinea, e a dirlo non sono i soliti avvistatori poco attendibili, ma gli esperti dell'Aeronautica militare. Lo  riporta la relazione del Reparto generale sicurezza dello Stato maggiore dell'Aeronautica, che ha il compito di raccogliere, verificare e monitorare le segnalazioni di avvistamenti di Ufo (che in italiano si chiamano Ovni: oggetti volanti non identificati).

 Le segnalazioni a livello nazionale sono numerose, ma dopo un'attenta analisi gli esperti dell'Aeronautica militare sono sempre in grado di ricondurle ad altre attività, spesso di volo. O meglio: quasi sempre. Nel 2016 sono stati solo 4  i casi in cui alle segnalazioni non è seguita una spiegazione, arrivando quindi a definire quelle luci e quegli oggetti che si muovono degli Ufo. Il primo avvistamento inspiegabile è dell'8 febbraio, in pieno giorno a Pieve d'Alpago, in provincia di Belluno, dove un oggetto, a circa 2 km da terra, si muoveva a zig zag a una velocità di circa 100 chilometri orari. Poi nulla fino all'estate, quando un secondo avvistamento di oggetti a forma sferoidale è rimasto senza identificazione: in questo caso a Misano Adriatico (in provincia di Rimini).

Ma l'episodio più oscuro è proprio quello segnalato a Spinea, il 23 settembre scorso: intorno alle 21 sono stati avvistati numerosi oggetti di forma circolare a bassa quota, a soli 300 metri dal suolo. «Un primo corpo - si legge nella relazione dell'Aeronautica -, avvistato da un privato cittadino, era rosso verde e bianco, il secondo invece aveva una luce calda bianca». Si spostava in direzioni diverse, sia orizzontale che verticale ed era ben visibile nel cielo totalmente privo di nuvole.

Un fatto certo è che Spinea pare essere piaciuta. Il 4 dicembre, infatti, hanno voluto provare anche il clima invernale: alle 22.50 l'ultimo Ufo dell'anno, di nuovo avvistato a Spinea. Sempre due oggetti, uno di forma circolare e grigio scuro. Più difficile questa volta, a causa della foschia, definire la quota e il movimento. «Dai dati raccolti presso gli enti preposti della forza armata - la conclusione dei militari -, non è stato possibile associare l'evento ad attività di volo o radiosondaggio conosciuta».

Un lavoro serio e una relazione altrettanto professionale, che agli occhi degli spinetensi può però far fantasticare. Delle decine, se non centinaia, di segnalazioni, solo quattro sono Ovni. E due di queste sono a Spinea. L'altra possibile lettura è romantica: forse gli spinetensi, più degli altri, amano guardare il cielo e passano molto tempo con i nasi al'insù.

UFO: Sfera incandescente fotografata a Hessdalen


Ha creato stupore l'immagine di un 'fenomeno luminoso anomalo' fotografato da un gruppo di scienziati dell'Ostfold University College e presentata nel corso dell'annuale Congresso di Geoscienze di Vienna il giorno 25 aprile 2017.

L'immagine, mai divulgata prima, fu scattata nel mese di settembre 2015 a nord della località di Skarvan (Norvegia), dall'interno verso l'esterno di una tenda da campo di ricerca, tramite una fotocamera iperspettrale (con velocità dell'otturatore regolata di cinque secondi), che è in grado di catturare immagini in tempo reale sulle bande di frequenze elettromagnetiche che oscillano dall'ultravioletto all'infrarosso..

Bjorn Gitle Hauge, ricercatore presso l'#Ostfold University College, ha affermato di aver immortalato una sfera incandescente a circa 100 metri di distanza, la quale poi successivamente si libra, apparentemente, a circa 30 metri dal suolo, illuminando il terreno sottostante.

Il fenomeno non identificato è stato registrato sia strumentalmente, sia visivamente dai ricercatori, i quali uscirono fuori dalla tenda per ammirare il fenomeno ormai in fase di declino.
Hhessdalen, e la sua valle, non è nuova a tali apparizioni, le quali hanno cominciato ad intensificarsi dal 1982 del secolo scorso e che ha visto testimoni non solo cittadini del luogo, ma anche molti scienziati che da anni ormai hanno il loro quartier generale in questi luoghi..

Dal punto di vista di ricerca scientifica, non viene usato - per catalogare questi fenomeni - il termine militare #ufo (anche se in rari casi sono stati avvistati veri e proprio oggetti tridimensionali, metallici e solidi), ma il termine scientifica UAP (Unidentified Aerial Phenomena), visto che la maggior parte dei fenomeni sembrano non avere una portanza strutturale definita, ma una sorta di energia pura che potrebbe essere spiegabile con la presenza di un plasma elettromagnetico.

Tornando alla misteriosa sfera fotografata a Hessdalen, il ricercatore Bjorn Gitle Hauge, alla domanda se il fenomeno immortalato fosse dovuto alla presenza di qualche riflesso o, addirittura, la Luna, risponde affermando che, proprio per evitare la presenza del corpo selenita, i ricercatori hanno utilizzato lo scatto automatico della fotocamera nel momento in cui la Luna non era ancora sorta, e nel caso dell'avvistamento alle ore 11.21 (ora locale), del giorno 16 settembre 2015, circa mezz'ora dopo il tramonto. Un fenomeno quindi che resta inspiegabile.



C’è idrogeno molecolare nell’oceano di Encelado


Là sotto alla crosta ghiacciata della sesta luna di Saturno, a oltre un miliardo di km dalla Terra, avviene un processo che – per quanto ne sappiamo – è presente solo lì e sul nostro pianeta: l’attività idrotermale. L’annuncio nella conferenza stampa Nasa, lo studio su Science.


Nell’oceano sotterraneo di Encelado, là sotto alla superficie ghiacciata della sesta luna di Saturno, c’è attività idrotermale. Come ce n’è solo sulla Terra, per quanto ne sappiamo. Attività idrotermale significa energia, energia chimica. Ed energia significa possibilità di vita. Sottolineiamolo bene, questo possibilità, perché ciò che la scatenata sonda Cassini della Nasa (ma equipaggiata con strumenti forniti in buona parte dall’Asi, l’Agenzia spaziale italiana) ha scoperto, nell’oceano di Encelado, non è la vita, non sono tracce di vita passata e nemmeno si tratta d’una assoluta novità – se ne parlò già nel 2015 su Nature, come forse ricorda anche chi fra voi segue assiduamemte Media Inaf. Ma il modo in cui gli scienziati sono giunti a questa conclusione – riportata sul numero di domani di Science e annunciata questa sera, alle 20 ora italiana, in conferenza stampa internazionale dalla Nasa – vale da solo tutto il clamore che la notizia susciterà, fosse anche solo perché è un esempio avvincente dell’avventura intellettuale, scientifica e umana in corso in questi anni nel Sistema solare. Avventura della quale la sonda Cassini rientra a pieno titolo nella cinquina di candidati all’Oscar come migliore protagonista.

Raccontiamola, dunque, quest’ultima avventura, almeno per sommi capi. E partiamo da Cassini. È il 28 ottobre 2015, e la sonda interplanetaria, a oltre un miliardo di km dalla Terra, si appresta a compiere il suo 21esimo sorvolo ravvicinato – flyby, in inglese – di Encelado, una delle tante lune del Signore degli anelli, la sesta per dimensioni, dal diametro di circa 500 km. Obiettivo del flyby, l’analisi delle sostanze presenti negli ormai celebri pennacchi (plumes), geyser che fuoriescono dalla calotta australe della luna e, alimentati da un oceano sotterraneo, sparano nello spazio circostante, per centinaia di km, centinaia di kg di materiale al secondo.

Quale materiale? E quanto? Per scoprirlo, il 28 ottobre 2015 i responsabili della missione fanno scendere Cassini fino a 49 km dalla superficie della luna, guidandola quasi esattamente sulla verticale dei pennacchi a 8.5 km al secondo (circa 30mila km/h). Ed è lì che, per oltre un minuto, da 40 secondi prima fino a 40 secondi dopo il punto di massimo avvicinamento, lo spettrometro di massa della sonda – Inms, Ion and Neutral Mass Spectrometer – si dà da fare come non mai per catturare, classificare e pesare molecole. Soprattutto pesare. Già, perché ciò che il team guidato da Hunter Waite del Southwest Research Institute (San Antonio, Texas) vuole stabilire sono le quantità – assolute e relative – di acqua (H2O), anidride carbonica (CO2) e idrogeno molecolare (H2) presenti nei pennacchi, così da poter fare ipotesi sul contenuto dell’oceano, su eventuali processi in atto là sotto la superficie ghiacciata della luna e sulla quantità d’energia che questi processi eventualmente sviluppano.


L’impresa è ambiziosissima. L’ostacolo maggiore è il rumore di fondo, la contaminazione. Vale a dire, le molecole che arrivano allo spettrometro non dai pennacchi di Encelado ma da altre fonti. «Abbiamo la necessità di eliminare le altre sorgenti di H2, per esempio le molecole d’acqua che si scontrano con la superficie dello strumento», spiega a Media Inaf – in un impeccabile italiano – il planetologo della Cornell University Jonathan Lunine, fra i coautori dello studio in uscita su Science. E qui l’ingegno e la tenacia degli scienziati lascia a bocca aperta: per isolare le molecole provenienti direttamente dal sottosuolo di Encelado, ne misurano non solo la massa ma anche la velocità relativa rispetto allo strumento, ovviamente diversa a seconda dell’origine. Tutto questo, ricordiamo, su una sonda al lavoro a un miliardo e passa di km dalla Terra.

I dati non deludono. Il rapporto fra idrogeno molecolare e acqua indica un tasso di produzione di H2 significativamente superiore a quello che sarebbe possibile in assenza di attività idrotermale. Scartate una a una le possibili alternative, dalla presenza di una riserva d’idrogeno molecolare nell’oceano sotterraneo a processi di radiolisi, a Waite e colleghi non rimane così che considerare come fonte più plausibile per l’eccesso di H2, «una serie di reazioni idrotermali in corso con la roccia contenente materiali organici. L’abbondanza di idrogeno relativamente alta rilevata nei pennacchi», si legge nell’abstract dello studio, «è il segno d’uno squilibrio termodinamico che favorisce la formazione di metano dall’anidride carbonica nell’oceano di Encelado». Una conclusione notevole, perché suggerisce la presenza, all’interno della luna, di condizioni di temperatura e di energia chimica analoghe a quelle necessarie a sostenere la vita anche in assenza di fotosintesi, proprio come avviene nelle profondità degli oceani terrestri.

Ma cosa si prova ad arrivare, dopo tanti anni di missione e di lavoro sui dati, a intuire da una manciata di numeri cosa sta succedendo nel sottosuolo di una luna a oltre un miliardo di km dalla Terra? «Da una parte un forte senso di stupore davanti al fatto che possiamo esplorare un oceano così lontano dalla Terra», dice Lunine. «Dall’altra, una grande riconoscenza per la squadra di ingegneri che ha costruito e operato una sonda scientifica così potente. È stato un viaggio che trent’anni fa non avrei mai potuto immaginare. E ora sono profondamente grato».


Fonte: inaf.it



Nasa, la Terra ha sette “sorelle”: scoperto un nuovo sistema planetario!!

Pubblicato il 22 febbraio 2017 da  gruppogaus
 

E’ a 40 anni luce da noi. Il cuore è la stella nana rossa Trappist-1, i pianeti hanno temperatura tra 0 e 100 gradi e quindi c’è la possibilità di acqua allo stato liquido, che li rende di grandissimo interesse per la ricerca di vita nell’Universo.

IMMAGINATE un lontano “cugino” del nostro Sistema Solare, popolato da pianeti grandi più o meno come la nostra Terra. Alcuni di questi mondi alieni potrebbero persino ospitare forme di vita, magari così evolute da viaggiare da un pianeta all’altro a bordo di sofisticate navette spaziali. Un’ambientazione che sembra essere uscita dalla penna di Isaac Asimov o di un altro autore di fantascienza. Ma ancora una volta la realtà supera la fantasia, e rende reali anche gli scenari più futuristici. Perché, alieni e navicelle a parte, questo sistema planetario esiste davvero, e si trova a meno di 40 anni luce da noi. Trappist-1, una stella nana rossa nella costellazione dell’Acquario, ha infatti un corteo di ben sette pianeti simili alla Terra. Un risultato attesissimo da giorni  dopo l’annuncio della Nasa di una imminente conferenza stampa sui pianeti extrasolari.



IMMAGINATE un lontano “cugino” del nostro Sistema Solare, popolato da pianeti grandi più o meno come la nostra Terra. Alcuni di questi mondi alieni potrebbero persino ospitare forme di vita, magari così evolute da viaggiare da un pianeta all’altro a bordo di sofisticate navette spaziali. Un’ambientazione che sembra essere uscita dalla penna di Isaac Asimov o di un altro autore di fantascienza. Ma ancora una volta la realtà supera la fantasia, e rende reali anche gli scenari più futuristici. Perché, alieni e navicelle a parte, questo sistema planetario esiste davvero, e si trova a meno di 40 anni luce da noi. Trappist-1, una stella nana rossa nella costellazione dell’Acquario, ha infatti un corteo di ben sette pianeti simili alla Terra. Un risultato attesissimo da giorni  dopo l’annuncio della Nasa di una imminente conferenza stampa sui pianeti extrasolari.

Il punto forse più importante della scoperta è che tre di queste “sette sorelle” della Terra si trovano nella cosiddetta fascia di abitabilità, e potrebbero quindi ospitare acqua allo stato liquido, ingrediente fondamentale per lo sviluppo della vita. Un sistema planetario da record, perché allo stesso tempo ospita il maggior numero di pianeti come la Terra e il maggior numero di pianeti nella zona abitabile. Il risultato, ottenuto da un team internazionale e pubblicato online su Nature, apre così scenari completamente nuovi nella ricerca degli esopianeti e della vita nell’Universo.

Una stella molto cool. Quando si parla di stelle e pianeti, i media anglosassoni giocano spesso sull’aggettivo cool, che vuol dire “freddo” e allo stesso tempo “fantastico”, o persino “figo”. Ed è proprio così per la stella Trappist-1, una stella davvero cool perché ospita un sistema planetario così spettacolare ed è allo stesso tempo freddissima. Stiamo sempre parlando in termini astronomici, e per “fredda” intendiamo una temperatura superficiale di circa 2400 °C, meno della metà di quella del Sole. Il curioso nome di questa stella deriva dal TRAnsiting Planets and PlanetesImals Small Telescope south (Trappist-south), un telescopio da 60 centimetri di apertura installato all’Osservatorio di La Silla sulle Ande e gestito dall’Università di Liegi. Il telescopio, insieme a un suo gemello installato nell’emisfero nord, sono appositamente progettati per monitorare un campione di stelle nane, allo scopo di scoprire nuovi pianeti extrasolari. L’idea è infatti catturare le deboli variazioni di luminosità causate dal transito di un esopianeta di fronte alla stella, un metodo utilizzato da vari strumenti come il telescopio spaziale “Kepler” della Nasa.

Una famiglia speciale. Nel maggio dello scorso anno il team di astronomi, guidati da Michaël Gillon dell’Università di Liegi, aveva pubblicato la scoperta di tre pianeti intorno a Trappist-1. Il risultato delle analisi aveva però spinto Gillon e colleghi a sospettare la presenza di altri pianeti, e per questo il team aveva deciso di condurre nuove osservazioni, sfruttando anche il telescopio spaziale infrarosso “Spitzer”. Analizzando i dati, gli astronomi hanno potuto identificare quattro nuovi pianeti, portando questo sistema planetario a sette membri, denominati Trappist-1 b,c,d,e,f,g, h in ordine crescente di distanza dalla stella. “E’ un sistema planetario sorprendente”, commenta Gillon, “non solo perché abbiamo trovato così tanti pianeti, ma perché sono sorprendentemente simili alla Terra”.

Tris di Terre. Le stime di densità hanno mostrato che i pianeti più interni dovrebbero essere rocciosi, proprio come i pianeti interni del Sistema Solare. Le orbite di questi pianeti non sono molto diverse da quelle dei satelliti medicei di Giove, e sono molto più piccole dell’orbita di Mercurio. Ma nonostante siano così “impacchettati” intorno alla stella, questi pianeti non sono soggetti a temperature infernali. Trappist-1 ha infatti una massa inferiore a un decimo di quella solare, ed è quindi molto fredda e poco luminosa. Numeri alla mano, questo significa che la temperatura su questi pianeti potrebbe potenzialmente consentire la presenza di acqua liquida, e sfruttando opportuni modelli climatici è possibile farsi un’idea più precisa di quali pianeti abbiano le condizioni ambientali più favorevoli.

In particolare i dati suggeriscono che i tre pianeti Trappist-1 e, f, g potrebbero trovarsi nella cosiddetta fascia di abitabilità: sarebbero cioè a una distanza sufficiente a permettere la presenza di acqua liquida sulla superficie. Quelli più interni sarebbero infatti troppo caldi, mentre quello più lontano, TRAPPIST-1h potrebbe essere troppo distante e quindi avere una superficie ghiacciata.

Alla ricerca di vita. L’acqua liquida è uno degli ingredienti fondamentali per lo sviluppo della vita come la conosciamo, quindi i pianeti nella fascia di abitabilità sono i candidati migliori per andare a caccia di forme di vita aliene. E’ importante però ricordare che la presenza di acqua allo stato liquido in questi casi è solamente un’ipotesi che si basa su modelli climatici e sulla distanza dei pianeti dalla stella. Per Trappist-1 non è stata rivelata in modo diretto la presenza di acqua, né tantomeno sono state scattate immagini della superficie di questi pianeti, che sono ovviamente troppo distanti per i telescopi attuali.

Il passo successivo sarà quindi studiare, con telescopi di nuova generazione, le atmosfere di questi pianeti, per identificare le “firme” chimiche di organismi viventi, come ricorda il coautore Emmanuël Jehin: “Con la prossima generazione di telescopi, come l’European Extremely Large Telescope dell’Eso e il James Webb Telescope di Nasa/Esa/Csa potremo presto esser capaci di cercare l’acqua e persino l’evidenza di vita su questi pianeti”.

(FONTE repubblica.it)

 
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